“Paesi in Via di Sviluppo”, così venivano chiamate le nazioni povere e non occidentali negli anni ’70/’80. L’idea era che, dopo aver beneficiato nel dopoguerra i principali paesi occidentali, lo “Sviluppo Economico” si sarebbe presto diffuso in America Latina e nel Sud-Est asiatico come un fatto inevitabile, come la naturale evoluzione delle cose del mondo.
Perseguite anche nel quadro di una competizione con il sistema socialista, le politiche di esportazione dello sviluppo si basarono sul concetto di “Import Substitution”, ossia sulla creazione di sistemi produttivi destinati a soddisfare i nascenti mercati interni alimentati da quella che sarebbe dovuta diventare il sogno delle grandi corporation internazionali, una emergente classe media locale con una forte propensione al consumo.
Queste politiche, però, generavano domanda di infrastrutture di trasporto e di energia, e di investimenti in impianti e di macchinari. Queste cose, provenendo dall’esterno, richiedevano l’accesso ad ingenti finanziamenti in dollari, che le banche occidentali – prevalentemente americane – sostenevano mediante meccanismi di suddivisione del rischio che si basavano sui sindacati di prestito, ossia sulla concessione di linee di credito da parte di più istituti sulla base di ripartizioni pro-quota.
Idea o ideologia?
La nostra civiltà aveva frettolosamente trasposto le ere della teoria evoluzionistica di Darwin in un sistema culturale per cui lo sviluppo (ma anche: il ritorno sull’investimento) era assurto a misura per distinguere what is good and what is bad, per dirla con l’attuale logica binaria della Stanza Ovale. Senza occuparsi di criteri di equità nella distribuzione dello sviluppo stesso nei paesi oggetto di intervento, per non parlare di attenzione agli equilibri sociali, all’ambiente e alla cultura dei luoghi.
La bibliografia sulla materia è vasta, e spesso densa di tecnicismi e di teoremi elaborati in università occidentali che poi sono serviti principalmente come elemento di marketing politico. Per averne una visione aneddotica, polemica ma molto in presa diretta, chi vuole può leggersi un suggestivo libro di John Perkins, Confessioni di un sicario dell’economia, di cui copio e incollo qui di seguito l’incipit della prefazione dell’autore stesso alla prima edizione del suo testo.
“I sicari dell’economia sono professionisti ben retribuiti che sottraggono migliaia di miliardi di dollari a diversi paesi in tutto il mondo. Riversano il denaro della Banca Mondiale, dell’Agenzia Statunitense per lo Sviluppo Internazionale (USAID) e di altre organizzazioni «umanitarie» nelle casse di grandi multinazionali e nelle tasche di quel pugno di ricche famiglie che detengono il controllo delle risorse naturali del pianeta. I loro metodi comprendono il falso in bilancio, elezioni truccate, tangenti, estorsioni, sesso e omicidio. Il loro è un gioco vecchio quanto il potere, ma che in quest’epoca di globalizzazione ha assunto nuove e terrificanti dimensioni. Lo so bene: io ero un sicario dell’economia.”
Si badi bene: non sono critico con l’idea di esportare sviluppo, anzi: sto semplicemente suggerendo una riflessione sul sistema di incentivi delle economie liberali che, molto probabilmente, non funziona bene quando l’obiettivo è l’esportazione della crescita economica. E di incentivi distorsivi John Perkins ve ne racconterà a profusione.
La spirale del debito
Tra il 1970 e il 1981 il Messico, il Paese che fu l’epicentro di queste politiche, incrementò il proprio debito estero di circa 10 volte. Gran parte di questo incremento avvenne a partire dal 1973, quando gli enormi profitti derivanti dai c.d. petrodollari, ossia le riserve accumulate dai Paesi OPEC, che avevano beneficiato dell’incremento del 300% dei prezzi del petrolio a causa dell’embargo imposto ai Paesi occidentali per il loro supporto a Israele nella Guerra dello Yom Kippur, vennero riciclati nei famosi Prestiti Sindacati Internazionali di cui abbiamo accennato.
Per chi volesse approfondire, è disponibile on-line un eccellente e agevole studio di Luis Pérez dell’Università del Minnesota, intitolato “Economy of Latin America: The Lost Decade”. Quello che è utile qui sintetizzare, è quanto segue:
1. I paesi dell’America Latina (LatAm) si erano indebitati molto, ed il debito era in dollari USA;
2. Questo debito era prevalentemente legato ai tassi prevalenti di mercato, all’epoca contenuti;
3. Le prospettive di restituzione di questo debito erano legate alle prospettive di export di questi paesi, a sua volta dipendenti dall’export di materie prime minerarie ed agricole.

La Rivoluzione in Iran ed il II shock petrolifero
Ricordiamo che dal 1971 la politica monetaria non era più vincolata all’oro, e questo diede alle banche centrali di tutto il mondo maggiore libertà per intervenire sostenendo le economie con politiche di micro-targeting che però, come si vede dalla linea tratteggiata verde del bel grafico messoci a disposizione dalla Fed di St. Louis qui sotto, nel loro insieme e combinandosi con i rincari energetici, ebbero un effetto fortemente inflattivo.
Nel 1979 – con una eco singolare con quello che sta avvenendo oggi proprio in quell’area – vi fu in Iran la Rivolta contro il regime filoamericano dello Scià di Persia, che aveva calcato troppo la mano con le sue politiche nazionaliste ed era entrato in rotta di collisione con il clero sciita locale.
I disordini in Iran innescarono un secondo rialzo dei prezzi del petrolio, prevalentemente a causa del crollo dell’offerta locale di petrolio oltre al controllo del regime degli Ayatollah sul cruciale – ancora oggi – Stretto di Hormuz.
Per l’economia mondiale fu un ulteriore shock: negli Stati Uniti l’inflazione, già alta, rischiava di andare del tutto fuori controllo, e la Federal Reserve guidata da Paul Volcker reagì con una stretta monetaria senza precedenti, avviata nell’ottobre 1979 e culminata in tassi reali molto elevati che generarono una dura recessione tra il 1980 e il 1981.

La tempesta perfetta
Per i Paesi debitori dell’America Latina il cambio di regime fu drammatico.
Primo: la recessione globale indebolì la domanda di materie prime non petrolifere, riducendo le entrate da esportazione.
Secondo: i tassi di interesse internazionali salirono bruscamente, facendo esplodere il costo del servizio del debito estero.
Terzo: i rendimenti molto elevati offerti dai Treasury americani attirarono capitali verso gli Stati Uniti, rafforzando il dollaro. Di conseguenza, il valore in valuta locale dei debiti denominati in dollari aumentò ulteriormente, facendo ulteriore pressione sui bilanci pubblici locali.
In altre parole, i Paesi LatAm si trovarono stretti in una morsa: meno export, più interessi, e debito in crescita denominato in una valuta più costosa.
Le svalutazioni delle monete locali e il ricorso alla creazione di moneta da parte delle banche centrali non risolsero il problema. Al contrario, alimentarono inflazione interna e ulteriore perdita di fiducia, mentre il debito estero restava denominato in una valuta che quei Paesi non controllavano.
A quel punto divenne evidente che non si trattava più di una semplice crisi di liquidità. Era una crisi di solvibilità: l’indebitamento superava non solo le risorse liquide, ma anche quelle liquidabili. E quando anche le banche internazionali, che avevano partecipato ai grandi prestiti in pool, capirono che rifinanziare quelle esposizioni era ormai più che troppo rischioso, anche inutile, il sistema si spezzò.
Il 12 agosto 1982 il Messico annunciò di non essere più in grado di far fronte regolarmente ai propri impegni sul debito estero. Fu l’inizio conclamato della grande crisi del debito latinoamericano e di quella che sarebbe passata alla storia come la Lost Decade.

Il NAFTA e la globalizzazione
Nel 1994 gli USA guidarono la creazione di un’area di libero scambio integrata con il sistema produttivo nordamericano. La logica era: aprire gli scambi e sfruttare la prossimità geografica per estendere le catene di fornitura a zone in cui i costi di produzione erano più competitivi. Il Messico divenne, tanto per fare un esempio, uno degli hub più importanti per la costruzione di auto, che crebbe da 1 milione di unità nel 1994 a oltre 3,5 milioni nel 2016, dando lavoro e creando filiere di sub-fornitura molto integrate con gli USA, mentre altri paesi, come il Cile e il Brasile, crearono proprie traiettorie più autonome e aperte verso l’esterno.
Le fabbriche latinoamericane orientate ai mercati del NAFTA vennero chiamate maquiladoras, che deriva da un termine ispanico che indica il compenso dovuto al mugnaio per la macinazione del grano: stazioni di assemblaggio economiche – e fiscalità ridotta – che consentivano alle aziende straniere di sfruttare la manodopera a basso costo e di reimportare il prodotto finito a tariffe di favore.
Certo, il sistema delle maquiladora era tutt’altro che perfetto: “Il confine della vergogna ad un passo dal benessere”, secondo il manifesto di tanti anni fa. Certo, era sempre meglio dell’attuale muro che separa due malesseri.

