Pur essendo ormai da dieci anni di proprietà della Nikkei, conglomerata di informazione economica e finanziaria giapponese, stamattina la prima pagina del Financial Times sembra fare il “punto nave” su dove sta andando quello che potremmo chiamare il Quadrante Occidentale e che tanta importanza ha per gli investitori a livello globale. Da notare subito che su 5 articoli, 1 solo è dedicato a tematiche finanziarie. Un fatto molto indicativo, e preoccupante. Vediamo perché.

Ucraina in stand-by?
L’occhiello principale annuncia che gli Stati Uniti – secondo fonti citate dal FT – starebbero collegando garanzie di sicurezza per Kyiv a un accordo di pace che implicherebbe concessioni territoriali, in particolare sul Donbas.
Per Mosca doveva essere un colpo rapido, una “operazione speciale” che si chiudeva in poche settimane. Ve lo posso raccontare in prima persona: ero lì, il 24 febbraio del 2022, quando i corpi speciali Spetznatz russi sono arrivati in città, seguiti da colonne con abiti da parata e mezzi contrassegnati con la “V” di “Vostok”, e la “Z” di “Zapad”: la photo opportunity sarebbe stata un’allegra comitiva con Putin al centro nella Piazza di Maidan con due mezzi militari a est e ovest e l’espressione soddisfatta di chi ha rimesso a posto i conti con la storia.
Invece siamo entrati nel quarto anno, e il conflitto – per durata, costo e assorbimento totale sulla società – si avvicina a quel tipo di guerra lunga che nella memoria russa ha un nome glorioso e terribile: “Grande Guerra Patriottica”. Ed ecco che, quando la realtà non basta più, la propaganda ricorre ai dèmoni: un busto di Stalin è riapparso in metropolitana a Mosca, e la “Grande Storia” viene riadattata nelle scuole di ogni ordine e grado per dare la spinta a un presente che non ci sta a farsi mettere nella scatola ideologica del Cremlino.
Io continuo a vedere la situazione in Ucraina come appendice cinetica di uno scontro inevitabile, da Trappola di Tucidide, tra USA e Cina, ma proprio per questo una tregua – anche imperfetta – sarebbe comunque una buona notizia: come dire, “il confine dell’Europa lo fissiamo lì; poi torniamo a occuparci del resto”. Non perché il resto sparisca, ma perché spostare il fronte è già un risultato.

Guerra & Pace & Terra
Gideon Rachman titola: “In Ukraine, it’s all about the land”. Sappiamo che Putin ha bisogno di una success story da raccontare ai suoi. E la chiusura del confine del Donbass sarebbe un Piano B vendibile ad una popolazione che comincia sia ad averne abbastanza che a mostrare segnali di perplessità che richiedono giri di vite sempre più stringenti sulle libertà fondamentali.
Io ancora non ci credo, ma il FT ci sta dicendo proprio questo: la Russia rinuncerebbe al suo piano massimalista di conquista dell’Ucraina – anche perché è palesemente fallito, almeno in questa fase – e si accontenterebbe di una linea di armistizio che porti dalla sua parte le provincie di Donetsk e Lugansk, oltre alla Crimea. A livello di diritto internazionale, questo confine verrebbe riconosciuto forse da Cina, Iran, Bielorussia e pochi altri, ma per i russi questo vorrebbe dire smettere di combattere per qualcosa che la loro Costituzione già considera acquisito.
Per Kyiv, invece, questo scambio vorrebbe dire, innanzitutto, la possibilità di tirare un po’ il fiato. E poi, le garanzie di tutela internazionale e la possibilità di accesso nella UE, e poi in prospettiva forse anche nella Nato, rappresenterebbero elementi fondamentali di stabilità e prospettiva sui cui ricominciare a costruire un futuro dopo tante sofferenze, distruzione e morte.
Parlare qui di scontro di civiltà, tende a semplificare. Ma c’è un nucleo di verità: Kyiv combatte per cose che a Bruxelles diamo per scontate: sovranità, democrazia, futuro pacifico; mentre Mosca ha scatenato una guerra fratricida per cose che considera non negoziabili: controllo territoriale come garanzia di potere e controllo su un popolo che viene definito “Nazione Sorella” ma solo a patto che segua i dettami del Cremlino. Qui c’è il nucleo della faccenda, che ha trovato in Pechino un sostegno interessato.
Non tutti sanno che, proprio a seguito di un incontro tra Putin e Xi Jinping a Mosca nel marzo del 2023, incontro in cui i due leader hanno ribadito la loro partnership strategica e la visione comune di un “Nuovo Ordine Mondiale”, il Ministro cinese della Risorse Naturali ha decretato il cambio di denominazione di varie località dell’estremo oriente russo, per cui, ad esempio, Vladivostok verrebbe rinominata Heshenbei in linguaggio ufficiale cinese. Una cosa che vuol dire poco, mi direte, ma che traccia una direttiva per un regime che di terra ha bisogno, e non solo a livello simbolico.
Guerra. Fredda?
Da tempo il ministro della difesa norvegese, Tore Sandvik, lancia allarmi sulla postura ostile della Russia sul circolo polare artico. I servizi norvegesi tengono d’occhio quelle zone e riferiscono di attività di rinforzo delle flotte di sommergibili nucleari di stanza nella penisola di Kola e nella città-militare di Severomorsk, all’estremo nord russo, ma pur sempre vicinissimo al perimetro Nato in Nord Europa. Che cosa hanno in mente i russi? Nessuno lo sa. Certo è che, date le premesse, si fa fatica a fidarsi della loro buona fede.
Le esternazioni di Trump sulla Groenlandia, che sembra abbiano oggi trovato una loro collocazione, hanno avuto comunque il pregio di aver posto questa zona al centro dell’attenzione. A marzo prossimo, 25.000 soldati di 14 nazioni, tra cui anche degli italiani, parteciperanno alle esercitazioni Cold Response, che hanno l’obiettivo di migliorare l’operatività a quelle condizioni estreme e di testare l’interoperabilità tra forze alleate e i nuovi arrivati nella Nato, Finlandia e Svezia. Lungi dall’essere in grave crisi, quindi, la Nato appare più operativa che mai.
Secondo Reuters, inoltre, il deal sulla Groenlandia sarebbe cosa quasi fatta, con libertà di accesso da parte degli USA, in ambito Nato, a fini di deterrenza, difesa e presidio di un’area strategica. La Danimarca conserverebbe la sovranità e gli oneri amministrativi della popolazione dell’isola.
Va comunque detto che nella follia di Trump, c’è un metodo, ed il filo conduttore sembra proprio quello narrato da Tucidide, che appare oggi come una specie di Ray Dalio ante-litteram: le dinamiche del potere guidano gli eventi storici, e ad un certo punto scattano dinamiche del tipo “o con noi, o contro di noi”. Per la democrazia, e il diritto, ci sarà di nuovo tempo. Ma dopo. Prima bisogna pensare agli spartani.
Carney, Davos e gli “ateniesi”
Infine: Davos. Negli ultimi anni, spesso, sembrava un palcoscenico dove il mondo veniva raccontato come se fosse un laboratorio sociale, più che una casa da tenere in piedi. Poi arriva un discorso, e torna un concetto semplice: le parole contano.
In questa storia, Carney, che rappresenta i canadesi, potremmo paragonarli agli ateniesi del IV secolo a.C: educati, colti, ricchi, posati, equilibrati, ragionevoli. Gente che tende ad onorare i propri impegni perché sa che è così che conviene per tutti, e che non ha bisogno di gran che, in quanto ha già tutto. Basta solo che non gli si vada a rompere le scatole.
Per cui il Primo Ministro canadese, propone, nei confronti della minaccia e dell’instabilità portate da Trump, un allineamento dei ragionevoli: il Canada, i paesi della UE (non tutti, l’Ungheria non dovrebbe rientrarci in linea teorica), l’Australia. Mettere in comune le proprie risorse – chi ne ha di più, chi di meno – e crearsi un giro dei non allineati che stavolta, a differenza degli anni ’60, conterrebbe quasi tutto l’Occidente.
Nel IV secolo a.C. un generale ateniese, Alcibiade, usava condurre la guerra contro Sparta in maniera enigmatica. Rinunciava agli attacchi armati, a volte sembrava voler passare con il nemico, ma poi rientrò ad Atene e ad un certo punto sembrò poter riuscire a condurre la città-stato alla vittoria.
Carney non lo dice, ma Trump gli deve sembrare una sorta di Alcibiade: usa tattiche troppo anticonvenzionali e costose in termini politici e di coesione per pensare di poter avere speranze di vittoria. Quello che invece Carney dice esplicitamente, citando Vàclav Havel, il dissidente ceco che pose fine alla dittatura sovietica in Cecoslovacchia, è che è ora di finirla di vivere in una parvenza di ordine internazionale basato sul diritto, che non esisterebbe, e rimboccarci tutti le maniche per cercare di difendere noi stessi, le nostre civiltà e il nostro modo di vita. Lontano da Trump, ma anche al riparo da Putin e da Xi Jinping.
Fattibile? Questo è un blog finanziario, per cui direi: nel breve, la piega più educata e ragionevole che sta prendendo la questione della Groenlandia e della Nato è uno sviluppo positivo. Nel lungo periodo, ho paura che si faccia tutti la fine degli ateniesi. Graham Allison, nel suo classico dedicato alla trappola di Tucidide, termina con una statistica di 16 situazioni di conflitto del tipo challenger vs. ruler, analizzando 16 situazioni di conflitto che vanno dalla rivalità tra Spagna e Portogallo nel XV sec. fino alla lotta non cruenta per il predominio in Europa terminata con il Trattato di Maastricht. Ebbene: su 16 casi, 9 sono andati a favore del potere sfidante, anche se negli ultimi tempi – diciamo dalla Prima guerra mondiale – la situazione si è ribaltata a favore dei poteri egemoni. Per i dettagli, Harvard ha un bellissimo sito dedicato, qui.
Pecunia infinita
Già che ci siamo, ricordiamo Cicerone, che nelle Filippiche (di cui ricordo solo questa frase) diceva: Nervos belli, pecuniam infinitam; ossia: la forza della guerra sta nelle risorse monetarie “infinite”. Oggi forse nell’epoca dei droni FPV da 800 dollari, questa frase non è proprio verissima; me nella sfida per l’intelligenza artificiale generale, è ancora pienamente valida.
Tra gli articoli consigliati stamattina dal FT, c’è questo pezzo dedicato al peso della corsa agli investimenti in AI nei mercati obbligazionari USA. Gli hyperscalers (Alphabet, Amazon, Meta, Microsoft, Oracle ecc.) stanno diventando i grandi emittenti di debito investment grade, ed il rischio è che problemi su questo specifico segmento del mercato obbligazionario possano trascinare al ribasso anche tipologie di esposizione più conservative, tipo quelle verso le utilities o i settori industriali. Secondo Morgan Stanley, gli investimenti in AI sono già a livello-bolla, mentre rappresentano un punto percentuale di crescita dell’intero PIL USA. La banca americana dice senza mezzi termini di “aspettarsi una caduta”, ed invita lettori e clienti a trovarsi altri settori dove investire e a creare condizioni di portafoglio di ampia diversificazione.
Cosa succederà, nessuno può saperlo in anticipo. Certo è che il valore dell’oro, salito a ben oltre le previsioni per il 2026 già nel primo mese dell’anno, dà il segno del nervosismo degli investitori e della ricerca di approdi sicuri. Dopo aver letto l’FT di oggi, conosciamo lo scenario peggiore: una nuova crisi finanziaria negli USA causata dalla bolla dell’AI – che per inciso segnalerebbe che le previsioni di miglioramento della produttività non si verificano, quantomeno nei tempi previsti – insieme ad uno sfaldamento del sistema di alleanze occidentale, già claudicante dopo le picconate di Trump.

