La frase che segnala la curiosità oziosa è più o meno la seguente: “Marco, ho letto il tuo articolo, mi piacciono gli elementi di fantasia che ci metti sempre dentro: il resto non lo capisco e mi interessa il giusto”.
Ora, a costo di perdere qualche follower, dico cosa penso di questa frase: mostra in tutta la sua drammaticità l’arretratezza tipicamente italiana per gli argomenti legati alla finanza. Lo spettro delle opinioni di molti nostri concittadini va dalla posizione di chi “rinuncia a capire perché quando si tratta di numeri gli viene il mal di testa” a quelli che rivestono questa loro pigrizia mentale di teorie cospirative del tipo “tanto è tutto truccato ed è tutto governato dai poteri forti”.
Alcuni, quelli che proprio si sentono dei fuoriclasse, ti citano i tre leader del risparmio gestito: Blackrock, Vanguard e State Street. Ti dicono che “rappresentano la cupola che decide ogni cosa nel mondo in quanto possiede partecipazioni in tutte le aziende”, non domandandosi in cosa dovrebbero investire i tre leader delle gestioni patrimoniali oltre a “tutte le aziende mondiali” con un approccio, appunto, di sana diversificazione del portafoglio per la propria clientela. Che sono poi i fondi pensione, fondi comuni, società di assicurazione etc. che detengono i risparmi di ricchi, meno ricchi e i lavoratori che vivono nei sistemi pensionistici contributivi (il nostro è in lenta transizione a partire dal 1995).

Proxy voting
A parte alcune uscite un tantino dirigiste da parte di Larry Fink, il boss di BlackRock, che peraltro sono largamente condivisibili dal punto di vista etico (inclusione, riduzione delle estreme disuguaglianze, ambiente etc; elementi del c.d. ESG Investing); il vero problema di questi tre colossi della finanza che gestiscono capitali per conto dei loro clienti, è che proprio non riescono a seguire tutte le società che hanno in portafoglio e quindi, in parallelo ai loro team di ricerca interni, danno in outsourcing il servizio di consulenza sui voti in assemblea, una cosa complessa sia dal punti di vista burocratico che di governance aziendale. Chi esercita il potere sul voto sono quindi delle società specializzate che effettuano le loro ricerche e tendono ad orientare le scelte verso i principi della c.d. “creazione di valore” per gli azionisti. In sintesi: lo stesso che farebbe chiunque si approcci a considerare, con criterio, l’investimento in una società.
L’altro problema dei tre grandi azionisti di minoranza della finanza globale è che spesso si trovano a non ricevere indicazioni di voto dai loro clienti ma ricevono semplicemente una specie di “delega in bianco”. Per cui, a quel punto, il ricorso a delle società esterne diventa quasi obbligato.
Un ulteriore tema riguarda l’assenteismo nelle assemblee: molto dibattuto è infatti il tema dell’assenteismo degli azionisti istituzionali che finisce per mettere troppo potere in mano ai managers delle società: per un singolare paradosso, quindi, il mondo occidentale ipercapitalista trova un punto di convergenza con il sistema sovietico, dove i membri della Nomenklatura controllavano larghe fette del tessuto produttivo che in teoria era di proprietà comune, ma subiva un processo continuativo di spoliazione: in entrambi i casi, si tratta di un problema di agenzia.
Sul punto mi fermerei qui, ma per chi non vuole capire so bene che non è mai abbastanza.

Il vero problema
Margin Call è un topos cinematografico a cui di recente sono tornato scoprendo, come capita per quanto riguarda i veri classici, nuove sfumature e motivi di ispirazione. La scena finale, con Jack Tuld (Jeremy Irons) che fa la paternale al direttore generale Sam Rogers (Kevin Spacey) ad un certo punto contiene la seguente frase: “… it’s just money, it’s made up. Pieces of paper with pictures on them so that we don’t have to kill each others to get something to eat.” Qui la chiave è: “it’s made up” – letteralmente, “è una creazione dell’uomo, è qualcosa di inventato”. E nel sistema post Gold Standard, questo è ancora più vero: per diventare ancora più drammatico dopo la Grande Crisi del 2008, che si scatena proprio mentre Jack Tuld gusta la sua bistecca all’ultimo piano della anonima banca d’investimento che sembrerebbe ritagliata sul modello della Lehman Brothers.
Il dialogo tra i due prosegue con l’ulteriore perla di Tuld che dice: “non siamo noi gli artefici di questo sistema, Sam. Noi, semplicemente, reagiamo. Se siamo bravi, facciamo un sacco di soldi. Se no, finiremo agli angoli delle strade. Ed è sempre stato così: la stessa percentuale di winners e losers”.
Qui mi permetto di dissentire.
Dopo la crisi del 2008 la Fed intervenne massicciamente per salvare altre banche d’investimento e società di assicurazioni che rischiarono di essere travolte dal crollo sistemico. Questo comportò – la dico in brevissimo – una ripresa progressiva di tutto il mercato e la bolla seguente.

Le diseguaglianze crescenti
Ora: non bisogna essere Thomas Piketty per concordare sul fatto che se sei ricco, hai un bel portafoglio azionario; se sei povero, non ce l’hai.
Se le banche centrali intervengono per salvare le terga a Jack Tuld & Co, e questo intervento fa salire il mercato, e quindi il valore delle azioni, non bisogna essere dei geni per capire che se hai un bel portafoglio azionario, ci guadagni. Senza rischi e senza fare nessuna particolare ricerca o studio.
Basta infine aver studiato il corso universitario di Economia Politica 1 e la mirabile equazione quantitativa della moneta (MV = PQ) per derivarne che se aumentano le masse monetarie in circolazione, aumentano anche i prezzi, e che quindi se vivi di uno stipendio fisso, diventi più povero. In termini reali.

Fiat Confusio…
…et sperabimus in illam.
Mio papà, quando a casa c’era casino, amava citare questa frase di un famoso Prof di latino del nostro Liceo, che in sintesi vuol dire: “che sia la confusione, noi spereremo in lei”.
Come i liceali poco diligenti di 70 anni fa, anche i mercati a volte sembrano adottare questo approccio: tanto dopo ci sono le crisi con le banche centrali che intervengono per salvare capra e cavoli, e chi se ne frega se la percentuale di ricchi e poveri shifta un po’ verso destra.
Morale della favola: il vero potere, a mio modesto avviso, sta nella Confusio – e nella reazione a questa. Tradotto in linguaggio economico odierno: la crisi. Il potere, sta nelle crisi, e nella capacità di gestirle a vantaggio di una classe piuttosto che dell’altra.
Per cui, ho deciso di dedicare il 2026 allo studio delle crisi: a partire da quella primigenia, quella che ha cambiato tutto, e che ha dato il la agli interventi delle banche centrali: la Crisi del 1907 a Wall Street, l’ultima intermediata solo dai banchieri privati.
Ho in programma di ristudiarmi – e di scrivere delle sintesi – una crisi al mese. Per me, per voi. Per fare come consigliava Charlie Munger: “se so dove morirò, non andrò mai lì”: che è in fondo, un pensiero di sobria modestia che rappresenta, da parte di uno degli investitori di maggior successo al mondo e di recente scomparso, la risposta implicita alla domanda che alcuni mi fanno: “consigliami come guadagnare il 30% (o il 50% o quello che volete) l’anno senza rischiare”.
Per Natale, intanto, fatevi un favore: andatevi a rivedere Margin Call o, in alternativa, la scena finale. Qui.
Cari auguri a tutti!


